Il segreto del nome

Parlare per immagini vuole anche dire raccogliere i propri ricordi…

Alexia

Alesha

Al…

Ally

Alicia

Non avevo mai pensato che Alessia fosse un nome difficile da pronunciare…

 

Nel capitolo “Exile” di  Lost in Translation Eva Hoffman, scrittrice americana di origini polacche, racconta di quando, durante i primi tempi della sua famiglia a Montreal, in Canada, a lei e sua sorella Alina furono inglesizzati i nomi: “Ewa” in Eva e “Alina” in Elaine.  Nel riportare le sue memorie, accennando anche alla pronuncia incorretta (mispronunciation) del loro cognome “Wydra” , la Hoffman scrive:

The twist in our names takes them a tiny distance from us–but it’s a gap into which the infinite hobgoblin of abstraction enters.
(La distorsione dei nostri nomi li porta un po’ via da noi–ma questo non è altro che una breccia nella quale si inserisce l’infinito spauracchio dell’astrazione.)

Eva Hoffman, Lost in Translation (105)

Come Hoffman, verosimilmente, anche Edward W. Said descrive in Sempre nel posto sbagliato (Out of Place) la pronuncia marcatamente araba con cui sua madre pronunciava il suo nome: “I-duaad” . Le vicende riportate da Hoffman e Said, rievocano i saggi scritti da Jacques Derrida, raccolti nell’edizione italiana  Il segreto del nome. Tre saggi (Sauf le nom 1993). In esso, l’autore investiga sull’origine del senso e di tutte le problematiche che ne conseguono: la scrittura come segno, il segno come nome, il nome come senso e il loro legame con lo spazio e la indeterminazione della matrice, che in Platone è detto chōra. Nel capitolo dedicatole, Derrida analizzava i rituali e le concessioni legate all’atto dell’ospitare, gelassenheit in Heidegger, e quello del nominare, come dar luogo  e ricevere senso, insieme sono l’affermazione di esistenza ma anche della sua sfuggevolezza.
Che cos’è il nome? Che cosa vuol dire nominare? Come può un nome descrivere e contenere l’io? E se, che cosa è traducibile?

Chōra ci giunge, come il nome.

Jacques Derrida, “Chōra p. 45

Per rispondere, Derrida rispolvera la nozione di eredità contenuta nel Il pellegrino cherubico di Angelus Silesius (che a sua volta cita l’apostolo Paolo), e analizza alcune delle prerogative, o meglio funzioni, del nome tra cui la condanna o la salvezza:

– Si è mai scritto niente di più profondo sull’eredità? Intendo ciò come una tesi su ciò che ereditare vuol dire. Dare nome e riceverlo. Salvo –

– Sì, come il « senza », l’eredità, la filiazione, se preferite, è la cosa più difficile da pensare da «vivere», da «morire».

Jacques Derrida, “Salvo il nome (Post-Scriptum)  p. 175

 

Il nome è… Ciò che salva e che maledice… Averlo o non averlo… Cambiare tutto, eccetto il nome, o solo quello. È proprio il nome ad essere al centro di numerose contestazioni anche da parte dei figli adottivi e dei figli non riconosciuti. Tra le queste, per elencarne una, c’è il diritto alle origini biologiche, alla propria identità. Hai dati contenuti nel proprio certificato di nascita. Un’identità percepita come mancante, rubata, storpiata, sottratta… Un’identità che suo malgrado, strato dopo strato, il tempo trascorso ha reso propria; e per questo, dolorosa. Dopotutto, chi altro potremmo essere… ?

 

 

Alessia Petrolito

RIFERIMENTI:

Eva Hoffman, Lost in Translation. A life in a New Language (1989), Penguin Books 1990
E. W. Said, Sempre nel posto sbagliato (Out of Place, 1999), Feltrinelli, 2009 
Jacques Derrida, Il segreto del nome. Tre saggi (Sauf le nom, 1993), Jaca Book, 1997

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