Adozione: visibilità e invisibilità

L’adozione è cambiata! Come sarà l’adozione del futuro? Questo era il tema della convegno organizzato dal CIAI e tenutosi il 14 Novembre 2016 a Milano. Al convegno intitolato “L’adozione che verrà” non ho partecipato, quindi, esattamente non so quali siano stati i temi trattati, ma il titolo della conferenza era perfetto per iniziare questa nota. Che cos’è cambiato nelle adozioni di oggi? Che cosa cambierà nelle adozioni del futuro? Ad esempio, per esperienza personale se eri piccolo negli anni novanta e vivevi in un paese, che eri adottato lo sapevano tutti e dopo la prima volta non c’era più bisogno di dirlo… Se in città accadesse la stessa cosa non lo so.

A seconda dei casi l’adozione può essere invisibile o visibile. Può essere iper-visibile (visibilissima) o ipo-visibile (poco visibile e facilmente confusa). A determinare quale tra le due visibilità, sono il contesto e la composizione familiare. Nell’immagine qui sotto, i due dati non sono forniti ed è di fronte all’assenza di informazione che si rivelano le cornici mentali di chi guarda : l’osservatore.

Composizione familiare. Chi è chi?

Soprattutto quando si è bambini quella mancanza di somiglianza con i genitori – il colore della pelle, la forma di viso, naso e occhi – attira l’attenzione e i commenti dei curiosi.

– Ma quella è sua figlia?

– Ma è adottato?

– Dove sei nata?

Oggi, con le varie migrazioni non si può mai dire.

– E’ il padre di dov’è? 

E’ difficile sfuggire alle domande, ma non sempre gli impertinenti ci azzeccano. Il punto è che la storia non si vede e questo ci rende confondibili. Perché dirlo? Personalmente penso che dipenda dal caso, da chi hai davanti, da quanto ti gira storta in quel momento, in che periodo della vita ti trovi.

La propria storia è una parte importante di sé.

C’è un qualcosa di liberatorio nel confondersi tra la folla per chi è stato additato da bambino; o un iniziale conforto nel vedere le persone addolcirsi davanti a quella semplice ammissione: – Sono adottata – ; ma anche fastidio, insofferenza rivolta verso chi ti sta di fronte e si sente in diritto di dire e fare solo perché ritiene di ‘assomigliarti’ o si sente in vena d’empatia.
A mio parere la soluzione sta nel mezzo, non c’è bisogno di dirlo a chiunque – che poi da adulti non te lo chiede nessuno! Negli incontri inopportuni, a specifica domanda le risposte più semplici sono: si, no o “alza i tacchi”. Invece con chi insiste, la scelta si divide tra perdere due minuti del proprio tempo e farli felici o perdere comunque due minuti del proprio tempo e dirgli una balla (attenti lo sconsiglio – potrebbe andare per le lunghe – soprattutto se non si è capaci di mentire).

 

 

alessia petrolito

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