Tradurre esperienze di vita nell’arte, gli artisti Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini si raccontano

Photo credit “Never regret what we’ve left behind” Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini, 2017 – Courtesy of the artist
 
Vivevano così tranquilli che, se si avvicinava un istante di gioia, i due si scambiavano un rapido sguardo, quasi ironico, e gli occhi di entrambi dicevano: non consumiamolo, non usiamolo in maniera ridicola.
Come se fossero vissuti da sempre.
 
Clarice Lispector, Legami familiari (p.88)
 
Per tutte le cose, spesso, c’è un tempo diverso dal presente.
Quando, nel 2010, la Fondazione Merz produsse la mostra Messico famigliare di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini io – nel bel mezzo di una transizione – persi l’occasione di vederla. Divisa tra il DAMS, che avevo abbandonato dopo qualche mese, e una crescente fascinazione per l’Accademia di Belle Arti di Torino, dove andavano i miei amici, non ne seppi niente fino a sei anni dopo quando, per caso, di ritorno da Chicago, ne sentii parlare. Il progetto calzava a pennello con i miei studi sulla relazione tra arte e adozione;  ad affascinarmi era soprattutto la specularità del lavoro degli artisti/genitori adottivi rispetto alla produzione di artisti/figli adottivi.
 
Mocellin e Pellegrini, artisti milanesi di base a Berlino, da sempre dediti a rappresentare la vita nell’arte e l’arte nella vita, esplorano luci e ombre delle intimità familiari attraverso il racconto di fatti personali per ‘fare luce’ sull’ampia gamma di sentimenti che popola la sfera domestica.
 
Della loro mostra, Francesca Pasini, critica d’arte, scrive:
“C’è un filo rosso che lega le opere: la decisione di abbassare lo sguardo all’altezza dell’infanzia, cioè al momento primario della costruzione dell’identità e del linguaggio, e porre una domanda che riguarda tutti. Come vogliamo allargare la famiglia parentale a quella dell’arte, del lavoro, degli incontri con culture diverse che abitano nella nostra realtà e in quella che internet ci propone ogni giorno?.” (Milano, 2010)
 
Nel cercarli per porgere loro le domande a interessarmi erano la misura e la natura degli influssi contestuali e temporali, la processualità, ma più di tutto era il tema della genitorialità nell’arte: il modo in cui l’argomento adozione veniva trasmutato in arte contemporanea e la percezione di tale agire.

 


 

1) Qual’è stato l’antem del primo progetto? Da chi è partita l’idea?

OM/NP: Messico famigliare è un progetto nato da una sincronicità.

Il momento in cui ci fu proposta la mostra alla Fondazione Merz di Torino coincise con l’inizio della nostra prima procedura di adozione per la quale avevamo dato l’incarico ad un  ente di Torino.  In quel periodo andavamo quindi a Torino per due ragioni, il lavoro e la prospettiva di diventare genitori. 

L’idea per il progetto nacque in primo luogo da una riflessione sulla famiglia.

La Fondazione Merz, diretta allora da Beatrice Merz, è un luogo di produzione e conservazione culturale dove gli artisti sono spesso portati a dialogare con le opere di Mario Merz, padre di Beatrice. Questo ci portò a riflettere sul rapporto tra genitori e figli, sull’idea di fondazione come eredità intellettuale, sulle difficoltà legate all’essere figli di due artisti come nel caso di Beatrice Merz e del bambino/a che sarebbe diventato nostro/a figlio/a. Essendo in procinto di diventare genitori, anche senza sapere ancora quando o se il nostro progetto sarebbe andato in porto, decidemmo di incentrare il nostro progetto sul tema della famiglia, o meglio su una critica all’idea di famiglia tradizionale.

In fase di progettazione il nostro percorso adottivo si concluse e diventammo genitori della nostra figlia primogenita.  Decidemmo quindi di affrontare la mostra come se fosse una sorta di lettera a nostra figlia, un espediente narrativo attraverso cui poter raccontare un poʼ di noi stessi, del nostro passato, della società in cui viviamo e del nostro lavoro di artisti.

Con messico famigliare, gioco di parole con Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, che nel 1963 pose al centro le relazioni espressive interne alla famiglia, abbiamo cercato di riflettere sulla relazione tra esotico e famigliare e affrontare il tema complesso e delicato della famiglia nella società italiana contemporanea. Partendo da un’analisi che trae spunto dal confronto tra la memoria delle proprie origini e la nostra recente esperienza di genitori adottivi, inoltre ci siamo interrogati sulla natura della famiglia “mista” che si confronta con il contesto sociale di un paese che dimostra sempre più diffidenza verso la diversità.

E pensare che era il 2010.  Adesso la nostra mostra sarebbe in qualche modo molto più centrale nel dibattito politico e sociale dell’Italia contemporanea!

2a)”Messico famigliare” è stato una one time experience o l’avete riproposto? Avete ideato altri laboratori sul tema?

OM/NP: Messico famigliare è, come molti nostri lavori, un progetto site specific, fatto e pensato per la Fondazione Merz.  Molti lavori che fanno parte della mostra sono però successivamente stati esposti altrove, perché capaci di comunicare anche fuori dal contesto della mostra. Per esempio il video, generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre, è stato esposto in altre occasioni, mentre il laboratorio Little houses è un lavoro molto difficile da riproporre altrove perché in un certo senso era il cuore pulsante del progetto espositivo, era un lavoro vivo, in quanto il suo divenire cambiava la struttura della mostra. In seguito, e anche prima di quell’esperienza, abbiamo fatto altri laboratori incentrati sul tema dell’identità e del rapporto dei bambini con l’arte, a volte lavorando direttamente con le scuole, altre volte con musei.

2b) Cosa ha scaturito in voi? Quali sono le vostre impressioni postume?

OM/NP: Una cosa molto bella nata dal laboratorio fu la realizzazione di un piccolo film di animazione che racconta la nostra storia dal punto di vista dei bambini che presero parte al progetto.  Dopo aver partecipato al nostro workshop i bambini fecero un altro laboratorio di animazione e decisero di raccontare la nostra storia, creando un breve film dal nome I traslochi di Rosa Dao. Il film, anche se non è parte integrante del nostro progetto, è nato dallo scambio messo in atto dal nostro lavoro. Fu una bellissima restituzione.

Il nostro è un lavoro incentrato sul tema dell’identità, sul legame tra identità e narrazione e sul labile confine tra biografia ed autobiografia, quindi la collaborazione con altri è una pratica necessaria. Nel libro Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione Adriana Cavarero parla della forte connessione che esiste tra identità e narrazione. Contrapponendo l’ossessione della Filosofia con il definire cos’è l’Uomo, all’abilità della narrazione nel rivelare chi è qualcuno, Cavarero introduce il concetto del “sé narrabile con una storia unica”. Se la storia di ognuno è unica e irripetibile, questa storia è al contempo invisibile a chi la sta vivendo, poiché troppo coinvolta/o negli eventi che la determinano. Ognuno di noi, sapendo che la propria vita lascerà una traccia, sente un forte desiderio di conoscere il racconto di sé che gli altri le/gli narrano, dando così un senso e un significato alla propria identità.

2c) Come è stato percepito “Messico famigliare” dal pubblico, dal sistema dell’arte, da parenti, amici e altre famiglie adottive?

OM/NP: I nostri lavori toccano spesso tematiche difficili, legate alla sfera dell’emotività.  Nel caso di Messico famigliare, come in molti altri lavori, le reazioni del pubblico e del sistema dell’arte sono state diverse: per alcuni, esporsi attraverso temi così intimi è un gesto di coraggio, per altri è un approccio troppo sentimentale. Diciamo che nel caso di Messico famigliare, come in quello di altri progetti di matrice autobiografica, il nostro approccio concettuale al lavoro è quello del partire da sé tanto caro al movimento femminista.

3a) Avete riscontrato differenze tra la sensibilità del pubblico in Italia e in Germania? E se sì come è cambiato il vostro lavoro da allora?

OM/NP: Benché Italia e Germania siano molto diverse culturalmente, il discorso è un po’ diverso per quanto riguarda il pubblico dell’arte che è un pubblico abbastanza internazionale che viaggia molto e si informa, anche in rete.

Detto questo Berlino, essendo una capitale europea, è una città molto multiculturale. Il dibattito negli ultimi anni ruota intorno alle teorie post-colonialiste, femministe, e in generale ad un’idea di pluralità di linguaggi ed identità che in Italia, anche a Milano, non è così facile trovare.

Berlino, rispetto ad altre capitali europee, ha la particolarità di ospitare una grande comunità vietnamita, composta da cittadini provenienti sia dal nord che dal sud del Vietnam. La loro storia è molto interessante perché, oltre ad essere una storia di immigrazione, spaesamento e resilienza allo stesso tempo,  riflette le problematiche della guerra fredda in generale e della situazione della città dopo la caduta del muro in particolare. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo cercato, riuscendoci solo a volte, di lavorare con questa comunità, progettando un lavoro che metta a confronto storie di  alcuni ‘boat people’,  i rifugiati del sud del Vietnam che arrivarono in occidente fuggendo dal comunismo, e dei cosiddetti ‘gastarbeiter’, cittadini provenienti dal nord del Vietnam, che venivano inviati legalmente a lavorare nella DDR (Repubblica Democratica Tedesca – Germania Est). Benché il muro sia caduto da più di 25 anni, queste due comunità non sono riuscite ad integrarsi tra di loro, rimanendo a tutti gli effetti due comunità separate.

Come forse sai i nostri bambini sono nati in Vietnam,  Rosa Dao ad Hanoi e Tito a Ho Chi Minh City. Per scherzare a casa diciamo che abbiamo la guerra in casa!

Questo progetto, come molti dei nostri lavori, nasce da una riflessione su di una situazione personale per andare a parlare di qualcosa di più grande, una dimensione del sociale che racconta un pezzo di storia della città in cui viviamo e del mondo contemporaneo.

In ultimo, la domanda più importante:

4) Pensate ci sia una qualche metodologia, o buona pratica, per portare l’adozione nell’arte e viceversa? E se sì, qual’è secondo voi il mondo migliore per fare funzionare questa commistione?

OM/NP: Nel nostro lavoro l’arte e la vita si intrecciano spesso,  come ti dicevamo i nostri progetti nascono spesso da una riflessione su come le nostre esperienze personali, o quelle di qualcun altro, si inseriscono in un contesto sociale o storico più ampio; in questo senso il tema dell’adozione, che è per noi, per ovvie ragioni, un tema molto caro, non fa differenza rispetto a temi come quello del lutto, della relazione di coppia, della malattia, della cecità e via dicendo.

Operiamo spesso attraverso una metodologia partecipativa, considerando il nostro lavoro anche come momento di scambio legato soprattutto alla sfera emotiva, come  luogo di incontro tra diversi punti di vista. Siamo interessati all’idea di ospitalità, all’interno del nostro lavoro, così come a quella di intendere la pratica artistica come un dono, un gesto di ascolto e di gentilezza reciproca.

Per noi è molto importante cedere ad altri parte del controllo sul nostro lavoro ed è anche per questo che il film d’animazione fatto dai bambini della scuola per l’infanzia di Torino fu un bellissimo risultato.

Per il nostro ultimo progetto, presentato agli eventi collaterali di Manifesta 12, abbiamo collaborato con Santo Graziano e Peppino Re, una coppia di amici siciliani,  laureati in filosofia, non vedenti dalla nascita e perciò privi, oltre che della vista, di una memoria visiva del mondo.

Blind Walk (La Città Negata)affronta il tema della cecità in relazione alla percezione del mondo, sia essa legata all’esperienza del quotidiano, che a quella dell’arte della memoria e del sogno.

Si tratta di un racconto sonoro da ascoltare in cuffia con il proprio smartphone dopo aver scaricato un file, camminando lungo un percorso stabilito tra le strade della Kalsa e di Ballarò e passando sotto alle case dei due protagonisti.  Il racconto è il risultato di una serie di chiacchierate e passeggiate per la città, che sono state in seguito trascritte, montate e rilette dalle nostre voci per creare una sorta di dialogo. 
Camminando per le strade del centro storico, Santo e Peppino ci svelano una Palermo personale e fuori dagli schemi, dove i ricordi della vita universitaria e della lotta politica si sovrappongono all’esperienza del quotidiano; dove la percezione dell’arte si mescola a quella della notte; e dove, soprattutto, il problema dell’assenza della vista si risolve nella presenza di una ricchezza di stimoli e codici attraverso i quali è possibile comprendere il mondo che ci circonda.

Anche in questo caso, benché non siamo partiti da una questione autobiografica, si parte da qualcosa di molto personale come la minorazione visiva per affrontare temi più ampi legati alla percezione del mondo ed anche in questo caso il progetto si snoda lungo la linea di confine tra biografia ed autobiografia.

 


 

Vi ringrazio per l’immensa generosità con la quale vi siete prestati a questa mia richiesta; leggervi è stato un piacere, nelle vostre parole speravo proprio di trovare elementi inediti, e così è stato. Il testo è aperto: nelle vostre risposte siete al contempo generosi e riservati, dite senza dir troppo, una tecnica in cui mi ritrovo e che uso spesso a mia volta. 

Non riscontrandolo spesso, da figlia adottiva, trovo lodevole e rigenerante la consapevolezza storica e culturale che dimostrate per le origini dei vostri figli, una sensibilità che si riflette chiaramente nei lavori che li vedono protagonisti, si percepisce l’attenzione – l’interesse, che per altro condivido – per le esperienze che cambiano, quelle che uno si porta dentro, e quindi anche dietro… Ciò che modifica “la percezione del mondo” partendo da se stessi, dal proprio vissuto, fino ad arrivare a quello degli altri, figli, estranei e amici, in un viaggio unico, ricco di partenze e ritorni.
 
L’arte unisce, o separa; Rosa Dao e Tito sono figli d’arte, sono ancora piccoli ma nel vederli ogni tanto protagonisti del vostro lavoro a colpirmi sono le loro risate, il loro sorriso; mi sembra quasi di vederne sbocciare la creatività. Chissà se anche loro, crescendo, sceglieranno per mestiere una qualche forma di espressione artistica? 
  
 
Alessia Petrolito
 
 
Riferimenti:
Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, 2001
Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963
Clarice Lispector, Legami Familiari (Laços de Família, 1960), 1986-2006 V Ed.

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