Adottata vs. Adottiva

Dopo tanti anni di arpadoptic dev’essere ormai chiaro al malcapitato lettore che io di notte non dormo e che di giorno continuo a sognare ad occhi aperti… questo blog è vittima delle mie elucubrazioni mentali! Pensieri conditi da visite – notturne o pomeridiane – ai siti di Etimo e Treccani…

Il tarlo di oggi riguarda il sostantivo adottato/a, che nel vocabolario Treccani è indicato come participio passato dal verbo adottare “colui che ha o che è stato” – passato.

www.treccani.it

Dunque, leggendo pare assodato che in quanto figli – perfino nella forma verbale con cui ci descrivono – siamo e restiamo per tutta la vita il risultato di un’azione altrui. Figli di… Padroni di noi stessi, mai!

Forse è per questo che una natura complessa come originata con l’adozione, attraverso il percorso adottivo di un singolo o di una coppia di aspiranti genitori, viene tuttora sottovalutata e considerata ancora un capitolo.

Si rimane figli dentro la mente, sempre, anche quando non si sa cosa vuol dire, anche quando il pensiero è insopportabile—Non si smette mai di essere figli, neanche da genitori.

Dopo innumerevoli riflessioni e ripensamenti la mia conclusione è che aggiungere persona davanti ad adottata non rende l’idea – non si raggiunge il risultato sperato. Non è l’umanità che ci manca, siamo fin troppo umani. Ma manca sì l’individualità, secondo il pensiero comune siamo un gruppo monolitico; a cui non molto tempo fa si pensava perennemente come bambini, mai cresciuti; perché dopo l’adolescenza non è consentito avere problemi, perché da adulti irrisolti si torna bambini – Sei infantile! Cresci! Ci pensi ancora! Sei esagerata! Così sei limitata! – la demonizzazione dei figli adulti adottivi è sempre dietro l’angolo.

Io non sono la mia adozione, eppure lo sono – l’adozione mi spiega. Non sarei qui e non scriverei di questo se non lo fossi.

Non mi prederebbero le mani ogni volta che sento battute demenziale sul tema e non sottolineerei ciò che reputo ingiusto.

Per questo nel il mio modo di scrivere uso e preferisco l’espressione adottivo:

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Nella parola adottivo si accentua il senso di appartenenza “che appartiene per adozione” per il vocabolario è sottinteso che si appartenga a dei genitori… Ma si può andare oltre, si può appartenere senza possesso sia a innumerevoli comunità che a un ristretto gruppo di amicizie o a un partner – La famiglia che ci si sceglie, la famiglia che ci si crea: i significant others – tradotto – altri da me di significativa importanza.

Come adottiv* (o/a/i/e) occorre prendere consapevolezza: noi non siamo più dei nostri genitori noi siamo l’istituzione stessa – noi siamo l’adozione – nella misura in cui che senza di noi questo sistema non esisterebbe.

I figli sono la linfa, sono coloro che permettono continuità, sono spesso la materializzazione di un desiderio altrui, la risposta ad un bisogno di una coppia o di un individuo, ma sono anche impegno e problemi; con il senso di ‘proprietà’ e ‘potere’ che implica l’uso di mio/mia/mie/miei arriva la responsabilità costante. Si sottolinea spesso il prezzo, economico ed emotivo, che pagano i genitori; e molto meno quello che pagano i figli – creati e/o cresciti non per nostra volontà.

Noi figli e figlie adottivi/e ciò che siamo, (felici, soli, sradicati, integrati, nati senza nome o senza terra) lo resteremo sempre anche dopo di loro.

 

Alessia Petrolito

 

Riferimenti

https://www.etimo.it

https://www.treccani.it

2 pensieri su “Adottata vs. Adottiva

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