Riflessioni proibite (Come se fossi tua figlia)

Il mio fidanzato è la copia di mio papà, mio papà adottivo, e questa loro somiglianza mi provoca un misto di rassicurazione e agitazione.

Il mio fidanzato è più grande di una decina di anni e a volte – nel corso del nostro primo anno insieme – durante le prime discussioni mi è capitato di chiamarlo ‘papà’.

Mamma mia, quanto e come si offendeva, me lo rinfaccia ancora adesso!

Conosco pochi adottivi/e che si sposano o hanno relazioni durature e stabili con persone non bianche e non appartenenti alla cultura di adozione. Volenti o nolenti siamo portati e portate a scegliere ciò che ci è familiare, ciò che ci somiglia; lo dimostrano le relazioni con partner adottivi con la nostra stessa cultura o terra d’origine. Differentemente, può anche capitare di rimanere invischiate in relazioni con partner attratti da canoni di bellezza, esoticizzata, veicolati attraverso la letteratura, la discografia e la cinematografia main stream!

Vi faccio una piccola confidenza a riprova di quanto questo argomento sia difficile da affrontare nella comunità adottiva.

Come vi dicevo mio papà e il mio fidanzato sono molto simili – hanno tratti comuni, lo stesso background culturale, un carattere per certi versi analogo ecc. – ma hanno due personalità differenti… Quando ero piccolina, verso i tredici anni, ho dovuto smettere di camminare mano nella mano con mio papà perché mi scambiavano per la sua fidanzata e ci guardavano malissimo. [1] 

Nel mettermi con il mio fidanzato non ho mai sentito questo peso pur subendo a volte lo stesso trattamento. Però è capitato che, essendo il mio ragazzo più grande di me e dimostrando io meno della mia età, ci scambiassero per padre e figlia. 

In gioventù, quando uscivo con mio padre e la gente ci guardava, le sue reazioni e quelle della mia famiglia erano un concerto di comprensivo malcontento: “Mi vedono come un marpione” e “…pensa te!” e “…ma è perché sembri una signorina” e “…non son abituati” e “…si sono sbagliati” e “…han pensato male” ecc.

Quando gli ho raccontato del qui-pro-quo con il mio fidanzato si sono tutti infervorati: “ uhhhh” e “ahhh questa poi” e “assurdo, non è giusto!” e “Ma pensa te la gente!” ecc.

Ed io in quel momento mi sono chiesta: perché?

Perché non mi ero mai interrogata prima?
Perché non ritenevo lo scambio del mio fidanzato per mio padre altrettanto traumatico?

Sorvolando sul fatto che sembro più giovane (e che questo lusinga ampiamente il mio ego) la conclusione a cui sono giunta mi è parsa tremendamente semplice e naturale: non sono imparentata geneticamente con nessuno dei due. Il tipo di sentimento, l’affetto e l’amore che provo per loro e con cui mi ricambiano, li diversifica.

Sono due uomini, ma la narrazione e il loro ruolo sono difformi: il titolo di padre adottivo non regge in mezzo alla gente, a una certa età ti rimbalza indietro e addosso, con forza, e ti schiaccia in faccia la verità che cerchi di dimenticare da tutta un’infanzia.

La matrice cristiana di cui è pervasa l’istituzione dell’adozione tende a naturalizzare – neutralizzando la carica sessuale nelle relazioni imposte all’interno di un nucleo famigliare adottivo – e a non tenere conto del legame biologico mancante. Genitori e figli, fratelli e sorelle, cugini…

La relazione, che i miei occhi di tredicenne vedevano riflessa e registravano nelle reazioni e negli occhi altrui, non era altro che il mio stesso terrore, quello che non vedevano era per me molto peggio.

Finalmente posso dirlo, tutti quegli anni di analisi sono valsi a qualcosa!

Oltre alla mancata interferenza dei complessi di Edipo ed Elettra (quelli che la mia psicoterapeuta mi confessò di non riuscire a vedere), il modo in cui agisce la narrazione della adozione sulla psiche femminile di noi figlie adottive [2] è tremendamente complesso. [3]

Organicamente parlando, nostro padre non è nostro padre pur avendo svolto il ruolo e/o assunto il titolo di ‘papà’ per questo, nonostante l’affetto che ci può legare e lo stigma sociale inibiscano e patologicizzino la sessualità del singolo individuo, la relazione vista e razzializzata da occhi estranei non sarebbe considerata biologicamente un incesto.

(Pensieri su cui ho lavorato durante l’analisi)

Come se fossi tua figlia

Lui è mio papà adottivo, non è il mio padre biologico ma lo scambiano per il mio uomo – Che schifo!

Lui è per certi versi molto simile a mio papà, ma è il mio uomo – E ci scopo!

Ok, ‘lui’ non è mio padre!

A questo punto mi vengono sempre in mente Woody Allen e Soon-Yi Previn e smetto di pensare…

 

 

Leggi anche “Papà ed io non possiamo sederci o camminare insieme”

 

Alessia Petrolito

 

 

Note

[1] So che succede a molte adottive e non, persone miste ecc.

[2] Uso figlie e figli perché in tanti anni non mi è mai capitato di vedere i miei genitori e il mio fidanzato perdere lo status – per cui non vedo perché lo dovrei perdere io in quanto adottiva. Quando e se cambierò cognome o diventerò moglie e madre prometto di riconsiderare la questione…

[3] E credo valga anche per i figli adottivi, ma non saprei spiegare come né in che maniera né in che misura…

1 pensiero su “Riflessioni proibite (Come se fossi tua figlia)

  1. Ho letto altre cose scritte da te e francamente ho sempre fatto molto fatica a comprenderne appieno il significato.
    Mi sembravano più belle costruzioni di parole, corrette, fornite, ma non arrivavano al punto.
    Questa volta, invece, mi sembra tu l’abbia messo a fuoco!

    P.s. le foto che hai aggiunto sono molto belle.
    Molto personali……

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