The Shape of the Word (La forma della parola)

Traduzione italiana – intervento in collaborazione con Devi Vettori per 7^ ICAR – International Conference on Adoption Research, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 6 luglio 2021

 

ENG Video Recording

 

Io e Devi Vettori abbiamo presentato “The Shape of the Word” (La forma della parola) il titolo è un gioco di parole sui termini forma/figura e parola/corpo. [1]

Nel corso del dialogo, Devi e io abbiamo fuso il nostro interesse per l’arte e lo storytelling per raccontare il corpo adottivo che ben conosciamo…

Inizialmente, questa introduzione era il modo per ridefinire l’immagine corporea dell’adottato e, in particolare, per superare lo stigma sociale che le culture occidentali impongono alle caratteristiche straniere e alla parentela.

 (I recenti eventi intorno alla morte dei giovani adottati italiani Seid Visin e Jhonny Cirillo dimostrano la necessità di tale promemoria.)[2]

Questo perché in quanto adottivi, e attraverso l’adozione, il nostro corpo fisico diventa il primo segno tangibile di una controstoria e si fa portavoce vivente delle tracce storiche e culturali derivanti dal luogo di origine.  Nel trattare l’argomento volevamo eludere quell’emarginazione sociale e demistificare la rappresentazione del corpo adottivo.  Poi con l’arrivo del Covid19 e i bruschi cambiamenti che ha portato nel nostra vita sociale hanno leggermente cambiato la nostra visione e il nostro obiettivo.

Durante questa breve introduzione, affronteremo i seguenti punti:

LA PERCEZIONE DEGLI ADOTTIVI

 CORPO = IL CORPO ADOTTIVO

 PAROLE & IMMAGINI = ARTE

 INTERFACCIA = VIRTUALITÀ

 Divisa nei seguenti Capitoli:

 1) LE PAROLE CHE NON ABBIAMO – Segni e Tracce

 2) COSA PU DIRE UN CORPO DI UN CORPO?  – Narrazione 

 3) COMUNITÀ: VIRTUALITÀ & ISOLAMENTO – Partecipazione e distacco

 4) CONCLUSIONE, NUOVE PROSPETTIVE – Cambiando soggetto 

 A volte il nuovo non viene da lontano; ma solo da un’altra disciplina;  e per me e Devi, le due discipline sono le arti visive e lo storytelling.

Guardando i corpi degli adottivi dal punto di vista creativo, l’obiettivo è di porre domande e offrire spunti visivi che speriamo possano essere di ispirazione per nuovi approcci e lavori di ricerca e studi futuri.

Siamo interessate alla forma delle cose nel loro senso letterale e metaforico, e abbiamo scelto di concentrarci sulla forma in quanto figura e interpretazione della parola ‘CORPO’: sia per la sua natura dualistica e per la significazione stratificata che trasmette siano esse statiche o fluide, visibili  o nascoste.

Il nostro obiettivo era di utilizzare il corpo e la sua rappresentazione per convalidare il corpo stesso come carne e sangue dei conflitti.

Partendo dall’inizio, per guidarvi attraverso il nostro flusso di pensieri vorremmo spingervi a guardarci:

Guardami, Cosa vedi?  Una forma… Un corpo (o le sue parti).

Se la risposta è un corpo, allora: cos’è un corpo?  E cosa può raccontare?

 Il nostro corpo può rappresentarci appieno?

 Quanto controllo abbiamo sul nostro corpo: siamo noi a giocare con esso e la sua percezione comune, o sono quelli che giocano con noi?

 Il nostro corpo può ingannare lo spettatore o inganna prima noi stessi?

 Nel guardare il nostro corpo allo specchio, possiamo davvero trascurare le nostre radici sradicate?  Caratteristiche, carnagione, capelli, occhi… e così via.

Questa fantastica citazione è tratta dal programma televisivo Lie to me (siamo sicure che molti di voi ricorderanno, era interpretato da Tim Roth).

“Il corpo contraddice le parole”

“The body contradicts the words”

 Lie to me 1×1 – Diretto da Robert Schwentke Scritto da Samuel Baum

Che l’adozione avvenga nazionale o internazionale, all’interno dello stesso gruppo etnico o inter/transrazzialment, ogni adottivo viene rimosso – per definizione – lontano dal corpo stesso, dalla famiglia di nascita, siamo sradicati, innestati – tagliati e plasmati – in qualcos’altro.

Questa storia di spaesamento impone una matrice percettiva che precede e narra il corpo senza il suo esplicito permesso – un cambio di variabili – un colpo di scena che ha alterato il senso del tempo, della cultura e della storia.

Al di là della rappresentazione, non dovrebbe un corpo poter fiorire e prosperare con parole e immagini che lo possano rappresentare?

Nonostante il tempo, la ricerca e l’aggiornamento tecnologico, ci sono a malapena parole e immagini per descrivere la corporeità dell’esperienza degli adottivi.  Ed è a questo che servono le arti e la letteratura… Per farci vedere e sentire più che per definire, per farci sentire, ascoltare, per renderci un uno!

 

Capitolo 1 – LE PAROLE CHE NON ABBIAMO

RACCONTO- SEGNO

STORIA – TRACCIA

= MEMORIE – STRATI

Le ricerche e le forme espressive scelti dagli adottivi ci dicono che la storia può essere un segno, una cicatrice o una ferita.

E l’adozione può lasciare una leggera traccia sepolta sotto emozioni e comportamenti.

Il corpo è dove portiamo la nostra storia.  I suoi segni e la sua concretezza, ci accompagnano come un filo che parte dalla nostra nascita, affonda le sue radici nei nostri genitori naturali e continua nel nostro presente.

Con il passare del tempo, quella linea tiene traccia di tutto ciò che ci è successo e che seguirà in futuro.

La Storia e il racconto possono essere facilmente compresse insieme e trasformate in ricordi (Immagini stratificate);  il lavoro di Manisha Camiciotti “ITPOP” (pop italiano – dopo l’album musicale del cantante italiano Alex Britti del 1999) ha esemplificato l’idea che vogliamo trasmettere.

I ricordi si rimodellano, emergono come segnali: i ricordi sono lì per guarire, lasciati per restare o per ingannare.

Quale strumento migliore per replicare questi sentimenti se non carta carbone, grafite e stampa e serigrafia. Solo la sovrapposizione di questi 3 strati può dare una definizione netta.

In IT.POP Camiciotti ricalca le fotografie dei suoi album di famiglia;  solo la sovrapposizione di questi 3 strati può dare una definizione netta.

Riproduce la sua storia e i suoi ricordi dando loro una nuova vita, un nuovo significato e un senso di amore e cura che di solito si riserva ai cimeli di famiglia.

I segni che il corpo porta con sé possono essere considerati tracce, impronte di passato che non ci ha lasciato, e che diventano memorie concrete, visibili e tangibili di ciò che è stato.

Capitolo due – COSA PUÒ DIRE UN CORPO DI UN CORPO?

Tornando alle domande di cui sopra in mancanza di informazioni, una storia può essere fabbricata, presa in prestito e reimmaginata più e più volte per colmare lacune…

Ma quando il corpo è presente… Vorremmo invitarvi a riflettere su:

Cosa ti sta dicendo il mio corpo, in questo momento?  Cosa significano per te la mia faccia, la mia postura e il mio sesso?

Parliamo tutti (adottivi e non) senza farlo esplicitamente: il nostro corpo lo fa per noi;  abbiamo parlato di storia visibile: può la nostra storia personale essere altrettanto visiva?

Una storia che non mostra “non può proteggere” e per questo le storie vanno raccontate!

In questo sta il problema dell’aspetto – o piuttosto dello sguardo – nel suo potere: in quell’essere guardato, notato, indicato…

 Può un corpo essere libero dalla propria catena, dallo sguardo, dalla prospettiva, dal giudizio e dall’imposizione degli altri?

 Alcune catene potrebbero non sciogliersi mai, ma è per questo che dobbiamo esprimerci.

COSA PUÒ DIRE UN CORPO DI UN CORPO?

STORYTELLING: STORIA [IN]TANGIBILE

(ESTRANEITÀ)

APPARENZA

(GENERE & ETNIA)

EVASIONE 

(PRESENZA & ASSENZA)

= SGUARDO 

Il corpo si racconta e si racconta in un gioco di specchi e rimandi.

Ci racconta la nostra storia, cambiando prospettiva nel tempo e parlando di noi al mondo esterno.

Questo raccontarsi può creare difficoltà, soprattutto quando la sua evidenza è così chiara da esulare la nostra volontà e nel esserlo può accadere che ci si scontri con la necessità di costruire un’appartenenza fatta (anche) di somiglianze.

Le storie tangibili… sono visibili, reali e richiamano facilmente ad un senso estraneità (sia percepita che inflitta).

Le storie immateriali… sono invisibili se non condivise (alcune sono reali, altre potrebbero essere inventate).

La narrazione è interamente una questione di condivisione—raccontare-leggere-scrivere—un messaggio, a cui si aggiungono elementi esterni (visivi e sonori) che collaborano nel processo di interpretazione.

Pensiamo allo storytelling come a un gioco di carte;  nel gioco ci sono molte carte da giocare e la maggior parte di esse ha a che fare con – la vista, la visione ed empatia – la nostra capacità di vedere e ascoltare.

Ma finora ci siamo occupate dello sguardo degli spettatori/trici – Con il confronto tra due opere, una “Animalier” un autoritratto di Mariacristina Cavagnoli, e l’altra “Casta” (puro, modesto, non sessuale) di Attilio Solzi – un ritratto  di Cavagnoli modella per Solzi – vogliamo spostare quell’attenzione sull’artista e sul fotografo.  Più che la nudità e l’eccitazione sessuale al centro di questi due pezzi c’è lo sguardo;  l’occhio del ritrattista e il soggetto del ritratto.

È come per le biografie e le autobiografie: in un ritratto sei guardato e indossi la visione di qualcun altro;  con un autoritratto puoi affrontare paure e desideri o presentare la tua affermazione.

Andando avanti, abbiamo altre due opere di Mariacristina Cavagnoli “Altrove” e “Immersione” in cui lo sguardo è nascosto, schermato.  Come una sorta di evasione precauzionale.

Opere come queste giocano con i pensieri e le supposizioni degli spettatori;  Cavagnoli è narratrice di se stessa, il corpo è lì, ma l’artista e la sua matita lo proteggono.

Hanno liberato il suo sguardo, fornendogli una via di fuga mentre esponeva la carne per intero.  In quell’eterno gioco tra visibile e invisibile / presenza e assenza – in cui solo la mente può essere un guscio, un rifugio.

Costruire l’appartenenza a una storia (o una cultura) significa considerare le differenze e i valori al loro interno e saper guardare oltre: creare un originale senso di familiarità in cui riconoscersi.

Con l’evoluzione dell’emergenza sanitaria, l’isolamento ha spinto le persone verso un’interfaccia virtuale e limitato lo spazio per gli incontri di persona;  in Italia, questo ha permesso agli adottati di aumentare la loro presenza nel discorso social e sui social media.  Nel tempo i professionisti degli adottati – attivisti, terapisti e consulenti – hanno trovato modi creativi per rafforzare le loro comunità esistenti e lavorare sui temi dell’adozione attraverso pratiche terapeutiche, mass media e social media e qualsiasi altro dispositivo o spazio di incontro disponibile.

 

Capitolo 3 – VIRTUALITÀ : COMUNITÀ & ISOLAMENTO – PARTECIPAZIONE E DISTACCO

VEDERE & IDENTIFICARSI (L’INCONTRO)

ESTRANIAMENTO & EVOLUZIONE 

= AUTODETERMINAZIONE

In questo periodo in cui tutti ci siamo dovuti adattare a nuove modalità di comunicazione quotidiana, i corpi si sono cristallizzati;  dietro la videocamera hanno perso concretezza e possibilità di contatto reciproco.

D’altra parte, però, abbiamo anche avuto modo di vedere sia conoscenti che perfetti sconosciuti nel loro ambiente naturale, nell’intimità;  siamo entrati nelle case degli altri e abbiamo visto in che modo occupano lo spazio, come modificano la propria gestualità e le proprie espressioni lontano da contesti pubblici e lavorativi, nel privato.

Ed Anche la condivisione di sé, del lavoro di gruppo e della partecipazione è cambiata.

Da un lato c’è stato uno svantaggio dato dalla mancata vicinanza fisica e dal negato scambio di sguardi.

Dall’altro c’è il beneficio della partecipazione live streaming- online (onnipresente ma distante) – dato dalla possibilità di trovarsi in un ambiente protetto (in casa) e dall’autonomia di essere inattivi – silenziosi o assorbiti – senza subire sguardi inquisitori.

Tutti questi componenti hanno contribuito a costruire e creare nuovi spazi per la comunità e temi di discussione caratterizzati una partecipazione disinvolta, sincera, vivida ed empatica.

Ben prima di questa emergenza questa pratica ha contribuito alla formazione di comunità virtuali in tutto il mondo.  L’arte è solo uno dei tanti modi in cui questo è stato trasmesso –

Un esempio delle modalità che intendiamo si può trovare nel lavoro prodotto dall’artista internazionale Jane Jin Kaisen, “Community of parting”.

Il film intreccia traduzione, mito della mediazione e sciamanesimo coreano per raccontare la storia di Bari, una ragazza abbandonata alla nascita perché femmina , che solo con la morte riesce a riconquistare il suo posto nella comunità.

In definitiva il film riflette sul senso di “riconoscimento reciproco” – “dissoluzione, rinascita e divenire” come pratica per la formazione di comunità e l’interazione con la natura oltre che di una narrazione postcoloniale e migratoria, che trasforma l’emarginazione in resilienza – coltivando e reinterpretando il senso di abbandono come una partenza irreversibile, senza fine, senza un solido approdo che unisce le donne coreane – e in questo caso le figlie adottive e le madri naturali.

Mentre in Italia – dove l’arte, in genere, non paga l’affitto – le opere e le produzioni legate all’adozione circondano temi significativamente ristretti dove essere adottati è ancora come vincere alla lotteria, una macchina dei sogni che crea bambini fortunati;  un’autostrada per ottenere superpoteri, connotazione di un’enorme sensibilità o un sinonimo di sfascia famiglie; per cui, quando artisti e scrittori adottati scelgono di osare e sperimentare per esplorare la loro identità e corporeità, raggiungere e sviluppare un linguaggio naturale e distintivo per affrontarla, arriva il momento in cui devono cambiare argomento per crescere, o fondersi, per essere competitivi in  il mercato.

Tutti veniamo a patti con il nostro retroscena;  per alcuni è solo un capitolo, per altri è un passaggio obbligato (una volta o più nella vita) prima che qualcosa entri in gioco e faccia emergere scelte di vita necessarie.  Pochissimi riescono a fondere professionalmente sia l’adozione che l’occupazione e quindi di evolvere, o trovare e perseguire altre occupazioni, discipline e carriere, per lavorare.

Vediamo artisti che si trasformano, cambiano o cambiano argomento, in un certo senso si spostano per scopo o per piacere…

Consideriamo “Sogno notturno” di Cavagnoli come pura natura, una scelta suggerita anche dal lockdown Covid dello scorso anno e dalla difficoltà di creare e collaborare con altri collettivi di artisti.

Cavagnoli si è rivolta alla vegetazione per i suoi soggetti;  la scelta tra animali e corpi nella composizione è istintiva (fluida), sono tutti prodotti della natura e – dichiara – (e cito) “Questo non è un addio”.  La sua attenzione va allo sguardo umano che è sempre presente;  perché lo sguardo non tramonta mai e, afferma, “un’immagine può cambiare forma ma mai essenza”.

Mentre Camiciotti, che si è formata in comunicazione visiva e animazione, ha trovato un modo per fondere danza e fotografia e ora collabora con fotografi, danzatori e coreografi – come nelle foto di Nicole Giuliattini.

Conclusione, NUOVE PROSPETTIVE – CAMBIANDO SOGGETTO

Per concludere questa introduzione per l’apertura di ICAR7, e questo brainstorming di parole, immagini e corpo, speriamo che i contributi di questi artisti abbiano contribuito a plasmare i vostri pensieri e a capire l’esperienza corporea adottiva e come le arti e la narrazione siano molto coinvolti nel suo processo.

Vogliamo lasciarvi con un saluto finale, un motto che abbiamo pensato potesse essere in linea con il tempo e i cambiamenti che stiamo vivendo:

Facciamo un passo indietro per guardare al futuro!

Agli Adottivi – noi siamo ciò che siamo – ciò che possiamo fare: è esercitare la nostra agenzia – agire. Vivendo, definiamo il nostro percorso, passo dopo passo, tracciamo la nostra storia e il nostro futuro: guardando avanti, cosa puoi fare per te?  Cosa vuoi vedere?  Cosa sei disposto a disegnare?

Per i ricercatori, i professionisti, gli attivisti, volontari e genitori della comunità adottivai: in queste relazioni, triadi e costellazioni, siete voi a definire cosa sia il potere.

Vi chiediamo di cercare un climax, l’apice per gli adottati: cosa vedete nel nostro futuro?

E in particolare, per i ricercatori, che sono anche figli e figlie adottive: solo uno preghiera, continuate così, non esauritevi mai.

A tutte le parti: “mettetevi in ​​gioco”, fate la vostra parte, “guardate avanti” nella misura in cui potete;  perché ciò di cui un corpo ha bisogno va ben oltre la discussione, ciò di cui un corpo ha bisogno è movimento, forma e molteplici figure espressive e della loro riappropriazione.

 

Ringraziamenti

 Vogliamo ringraziare Rosa R. Rosnati e Laura Ferrari per questa opportunità e per aver organizzato tutta la logistica dietro questa virtuale settima edizione di ICAR;  e tutti gli artisti per il loro contributo, non ce l’avremmo fatta senza di voi.

Alessia Petrolito e Devi Vettori

 

Slideshow Artisti

Credits:

    • Arti visive
  • Drawings “IT.POP”di Manisha Camiciotti, Courtesy the Artist
  • Photograph “Senza titolo” di Nicole Giuliattini, Courtesy the Artist
  • Drawing “Animalier”, “Altrove”, “Immersione”, “Sogno notturno” di Mariacristina Cavagnoli, Courtesy the Artist
  • Photograph “Casta” di Attilio Solzi, Courtesy the Artist
    • Video e Performance
  • Video “Community of Parting” (estratto) di Jane Jin Kaisen, Courtesy the Artist
  • Dance performance di Simon Giavy, Courtesy the Artist

# Cover images – from Pixabay by Ricardo Corona

Powerpoint in inglese su Researchgate

 

Note

[1] Omaggio a Paolo Virno, Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura Umana, 2003

* Altro libro che ci hanno ricordato nel corso della presentazione The Body Keeps the Score di di M.D. van der Kolk, Bessel A. 

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